Philippe Dubois-L’atto fotografico-

“L’atto fotografico”, di Philippe Dubois, un testo che partendo dalle basi teoriche gettate da Roland Barthes in “La camera chiara”, amplia il discorso sul mezzo fotografico anche alla pittura, impostando un ragionamento dialettico capace di individuare le specificità proprie di questi due mezzi artistici.
Ricollegandosi al concetto barthesiano di fotografia come memento mori, Dubois paragona l’atto fotografico allo sguardo pietrificante di Medusa: “Si abbandona il tempo cronico, reale, evolutivo, il tempo che passa come un fiume, il nostro tempo di esseri umani inscritti nella durata, per entrare in una nuova temporalità, separata e simbolica, quella della foto: temporalità che, anch’essa, dura ed è tanto infinita (in principio) quanto la prima, ma infinita nell’immobilità totale, fissata nell’interminabile durata delle statue. […] La foto letteralmente ghiaccia di terrore. Vi si ritrova, ancora una volta, la famosa figura di Medusa”. Una paralisi del soggetto che si pone allo sguardo dell’osservatore come immagine fossilizzata, palesandosi costantemente nella propria assenza. “L’atto fotografico” di Philippe Dubois permette di affrontare un certo numero di rilevanti questioni inerenti la natura della fotografia e la sua storia. Prima di sviluppare il discorso dell’”indice”, che è la categoria alla luce della quale si costruisce tutto il percorso critico sviluppato da Dubois, come introduzione della sua opera, lo studioso francese prende in esame la problematica della “mimesis”, storicamente la prima grande “querelle” sulla fotografia, quella che coinvolge quasi tutto l’Ottocento, ovvero il punto di vista che considera la fotografia come “uno specchio del reale”. Il lavoro di Dubois ha il grande merito di delineare con rigore espositivo un intero percorso storico dei 150 anni di fotografia, e di costruire su questa base una struttura all’interno della quale emerge evidente quella che è la vera e più straordinaria novità del mezzo fotografico, e cioè di essere un’impronta fisica, un’impronta luminosa che si ottiene per contatto e che si produce per genesi automatica (questo elemento viene oggi essenzialmente contraddetto dal digitale). Al contrario di altri mezzi di riproduzione visiva del reale, la fotografia è un “segno” che intrattiene con il proprio referente un rapporto di connessione fisica: “è l’impronta fisica di un oggetto reale che è stato là in un dato momento di tempo” e per questo motivo, “la traccia (fotografica) non può essere, nel suo fondo, che singolare, poichè il suo referente è il “suo”, quello stesso che lo ha causato. Questo “principio di singolarità” è uno dei tratti che differenziano radicalmente i segni indiziali da tutti gli altri. Oltre alla “singolarità” la fotografia possiede altre due funzioni di natura meno filosofica, ma altrettanto decisive ed importanti: l’”attestazione” e la “designazione”, dirette conseguenze di quella contiguità referenziale. La fotografia secondo il “principio di attestazione”, derivando la sua forza dal concetto d’impronta, attesta l’esistenza di ciò che propone. “E’ ovvio: la fotografia necessariamente testimonia per via della sua genesi. Attesta ontologicamente l’esistenza di ciò che fa vedere…. La foto certifica, ratifica, autentica”. Il “principio di designazone” è molto legato a quello di attestazione infatti la traccia indiziale per sua natura non solamente attesta ma anche designa, indica, mostra come si farebbe con un dito. Un tale ragionamento logico non rimane senza importanti conseguenze: infatti “legata per la sua genesi all’unicità di una situazione referenziale, attestandola e designandola, l’immagine indiziale avrà come effetto generale di implicare pienamente il soggetto stesso dell’esperienza, nel provato del processo fotografico”. La fotografia diventa così inseparabile dall’atto che la fa esistere, dalla sua situazione referenziale, e con ciò afferma anche la sua natura essenzialmente pragmatica. Ed è proprio questa assoluta necessità di una dimensione pragmatica, preliminare alla costituzione di ogni semantica, che qualifica e differenzia in maniera radicale ogni prospettiva analitica ed ogni discorso su questo strumento di comunicazione visiva. Se nella fotografia si capta una forza irresistibile, se in essa c’è qualcosa che sembra essere di una “gravità assoluta”, ed è su questo punto che l’opera di Dubois vuole insistere, allora si può affermare che “con la fotografia non ci è più possibile pensare all’immagine al di fuori dell’atto che l’ha creata”. La foto non è soltanto un’immagine (il prodotto di una tecnica e di un’azione, il risultato di un fare e di un saper fare) è anche e soprattutto un “atto” iconico un’immagine se si vuole, ma “attiva”, qualcosa che non si può concepire al di fuori delle sue circostanze, al di fuori del “gioco” che l’anima, senza letteralmente farne la “prova”: qualche cosa che è dunque “nello stesso tempo e consustaziabilmente un immagine-atto”, intendendo che questo “atto” non si limita semplicemente al solo gesto della produzione propriamente detta dell’immagine (il gesto di scattare), ma che include tanto l’atto della sua ricezione quanto della sua contemplazione. La fotografia in quanto inseparabile da tutta la sua enunciazione, esperienza d’immagine, oggetto totalmente pragmatico. La fotografia da questo punto di vista si presenta come pervasa da forze sotterranee e misteriose, che al di là della apparenze, provocano il desiderio che dipende proprio da questa “forza pragmatica dell’ontologia indiziale”…”Presenza che afferma l’assenza. Assenza che afferma la presenza. Distanza contemporaneamente, posta e abolita, e che crea il desiderio stesso: il miracolo” (Dubois). È con questo filo conduttore che riesce facile allo studioso francese, attraverso pagine suggestive, di spiegare i misteri della fotografia amorosa, quelli degli album di famiglia e tutti gli altri usi compulsivi che vengono fatti di questa tipologia d’immagini. Nell’ultimo capitolo dell’opera, Dubois prende mirabilmente in considerazione la questione del tempo e dello spazio nell’atto fotografico ed anche qui le riflessioni prendono le mosse dal fatto che la fotografia, nel suo rapporto con la realtà, è un’ impronta luminosa, mentre riguardo allo spazio ed al tempo è un “taglio”. 

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